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A Russian Novel

af Emmanuel Carrère

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In work after work, the critically acclaimed author Emmanuel Carrère has trained his unblinking gaze on the lives of others as they fight a losing battle with that most fearsome of adversaries-the self. Now, determined to escape the bleak visions of his narratives, he takes on a film project in the heart of Russia while also embarking on a new love affair back home in Paris. But soon enough, the diversion he seeks eludes him, intimacy proves too arduous, and Carrère is left peering into the dark mirror of his own life.Set in Paris and Kotelnich, a small post-Soviet town, My Life as a Russian Novel traces Carrère's pursuit of two obsessions-the disappearance of his Russian grandfather and his erotic fascination with a woman he loves but cannot keep from destroying. In prose that is elegant and passionate, Carrère weaves the strands of his story into a travelogue of a journey inward. Road trip, confession, erotic tour de force-this fearless reckoning illuminates the schemes we devise to evade ourselves and the inevitable payment they exact.… (mere)
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i don't know why did i choose to reread this: this book is a mess in every aspect. it's a mess, disorganized, almost jumbled in its desperate attempt at tackling way too many themes, and, despite the remarkable style, carrère writes in a stream of consciousness-esque way, following the train of his frantic thoughts. i also realised that carrère annoys me in a way no one else has, with his unbeliavable arrogance and his haughtiness and his thinking that he's better than anyone else and his constant denigration of people, including his own fucking girlfriend.
what i know is that this book broke my heart more than once. what i know is that i found myself in carrère's anguish and his fears and his lack of trust towards the people he loves. whay i know is that a terrible feeling of loneliness, of helpnessness permeate this book, a reflection on how fleeting life actually is.
there are some books that just find you. ( )
  folkiara | Feb 2, 2021 |
"Ti ho fatta soffrire ma non ti ho mai mentito, non comincerò adesso."
È con questa frase dal vago sapore Fabiovoliano che ho deciso di interrompere la lettura di "La vita come un romanzo russo". Non ne potevo più, avevo rimandato questa decisione più di una volta ma alla fine mi sono deciso.
Per me è stato allo stesso tempo traumatico e liberatorio, come quando sul finire dell'infanzia scopri che tuo padre non è onniscente e invincibile e da quel punto in poi puoi iniziare serenamente l'adolescenza. Emmanuel Carrere infatti è il mio scrittore preferito del momento, tutte le sue opere che ho letto finora non mi sono solo piaciute, mi hanno addirittura entusiasmato. Questo romanzo invece non solo lo considero la sua opera peggiore, ma addirittura uno dei peggiori libri che io abbia mai letto: capirete che la situazione per me è letterariamente parecchio imbarazzante.
Una cosa che avevo capito sin dal suo primo libro letto (IL Regno) è che una delle caratteristiche dell'uomo Carrere era un ego spropositato. Questa cosa è talmente evidente che persino lui ci scherza, ma finchè questo ego è al servizio della storia di qualcun altro, i risultati sono incredibili. In "La Vita come un romanzo russo", invece, l'ego dell'autore è unicamente al servizio di se stesso e questo rende le cose molto meno picevoli.
Si tratta di un memoir completamente ripiegato in se stesso, lamentoso, infantile e insopportabile. Carrere si dipinge (onestamente, bisogna ammetterlo) come un piccolo uomo, un privilegiato classista e capriccioso con una maturità emotiva da scuole medie.
Questo è una delle cose brutte di essere un grande scrittore, nessuno ti dirà mai che un tuo lavoro è impubblicabile e quindi, accanto a opere bellissime, possono capitare cose come questa. Credo che persino l'Einaudi abbia provato un po di imbarazzo per il contenuto di questo libro. Infatti h cercato di spacciarlo come il racconto di un mistero che per anni ha avvelenato la famiglia dell'autore: la scoparsa e il probabile assassinio del nonno materno durante la seconda guerra mondiale. (spoiler: questa vicenda viene appena accennata solo nei primi capitoli e quasi mai più presa in considerazione) ( a meno che non lo faccia negli ultimi capitoli, ma ormai ho mollato). Non credete al retro di copertina quindi: questo libro è una lunga, penosa masturbazione egotica dell'autore. ( )
  JoeProtagoras | Jan 28, 2021 |
Carrére, Emmanuel (2009). La vita come un romanzo russo (Un roman russe. trad. di Margherita Botto). Torino: Einaudi. ISBN: 9788858403488. Pagine 276. 7,99 €.

A me Carrère piace, in genere. L’ho incontrato la prima volta con L’avversario: avevo visto il bel film omonimo di Nicole Garcia, con uno straordinario Daniel Auteuil. Il libro è – ma se ne può discutere – ancora più bello del film.

Poi ho letto Limonov, di cui ho scritto la recensione su questo blog alcuni anni fa (se volete leggerla, è qui). Ne ho letto anche altri, per la verità, ma vi sarete accorti che sono rimasto un po’ indietro con la promessa di recensire tutto quello che via via vado leggendo. Mi riprometto di rimediare.

Carrère ha il dono di una scrittura limpida, almeno per quello che posso giudicare io che leggo il francese in traduzione. Ma è un autore che può essere irritante: ha – come si dice – un ego smisurato. O forse è narcisista. Parla, in sostanza, sempre di sé. Scrive romanzi, o saggi, o una contaminazione dei due: comunque trova il modo di dare al tutto sempre un’impronta molto personale, autobiografica. Non c’è inquadratura in cui non sia in qualche modo presente: a volte da protagonista, a volte con un cameo di sfuggita (un po’ alla Hitchcock), a volte lasciandoci vedere un microfono o una giraffa come per distrazione (per continuare la metafora cinematografica). Il rischio, va da sé, è quello dell’autocompiacimento.

Da questo punto di vista, questo libro è il più estremo tra quelli di Carrère che ho letto. Mi aveva attratto il riferimento alla Russia (che a me affascina) e al romanzo russo (ma questo è senza dubbio un romanzo francese, anzi un romanzo di Carrère). Anzi, se non sbaglio, da nessuna parte l’autore scrive che questo è un romanzo. La chiama storia, e la conclude scrivendo:

Ho pensato: sono venuto ad allestire una tomba a un uomo la cui morte incerta ha pesato sulla mia vita, e mi ritrovo di fronte a un’altra tomba, di una donna e di un bambino che per me non erano niente, e adesso sono in lutto anche per loro.

Forse è questa, la storia. (pos. 3110)

Ma poi – c’è tutto Carrère in questo – scrive un settimo capitolo, in cui ripercorre gli avvenimenti occorsi dopo i due anni raccontati nel sei capitoli precedenti, e ci toglie ogni dubbio (o almeno intende toglierci ogni dubbio) sul fatto che stiamo parlando non di una storia qualunque, ma di un frammento di autobiografia.

Dico: è questa, la storia, ma non ne sono certo. Né che sia questa, né che tutto ciò costituisca una storia. Ho voluto raccontare due anni della mia vita, Kotel´nič, mio nonno, la lingua russa e Sophie, sperando di catturare qualcosa che mi sfugge e che mi consuma. Ma continua tuttora a sfuggirmi e a consumarmi. (pos. 3113)

Kotel´nič, suo nonno e la lingua russa ci sono, ma (secondo me) non sono il centro del libro. Quanto a Sophie, in un certo senso lo è: deuteragonista, e vittima. Protagonista e carnefice è lo stesso Carrère che prima la mette in mezzo (narrativamente, ma si sospetta anche nella vita reale, fin dalla prima scena, del sogno erotico ambientato in treno) e poi la espone ancora, come vedremo.

Si usano spesso, metaforicamente, quando si parla di autocompiacimento, termini che fanno riferimento alla masturbazione. Lo si fa nel linguaggio corrente (“Sono pippe mentali”), e lo si fa pure in ambiti meno colloquiali, come in una recensione. Ma qui (e in altre opere di Carrère) non si tratta di una metafora. La masturbazione è forse il vero centro del romanzo: il verbo masturbare/masturbarsi, in diverse coniugazioni, compare nel romanzo dieci volte (questo è facile da fare con un ebook). I temi e le situazioni collegati al concetto sono molto più frequenti. L’episodio centrale del libro è il racconto erotico che Carrère pubblica su Le monde per un gioco con Sophie, la sua compagna dell’epoca, con la speranza di una complicità che ravvivi il loro rapporto, e che invece (prevedibilmente, verrebbe da dire) conduce alla sua fine. Anche perché poi, per la verità, è Carrère stesso a non reggere, a cadere dal gioco perverso nell’agitazione, nella gelosia, nell’agitazione scomposta.

Un inciso: non è invenzione. Carrère ha effettivamente pubblicato quel racconto, «L’Usage du “Monde”», sull’edizione datata 22 luglio 2002 (ma uscita in edicola il 20). Se siete curiosi, lo trovate online qui.

Non sono un moralista (lo so, suona un po’ come “non sono un razzista ma…”) ma leggere quelle pagine mi ha fatto sentire molto a disagio, per usare un termine forse troppo debole. Forse sarebbe più appropriato dire che quelle pagine mi hanno fatto sentire proprio male. Certo, se volete l’empatia per i personaggi di un romanzo è una parte di quella suspension of disbelief che al romanzesco e al narrativo è connaturata. Ma a me è risultato molto difficile non mettermi nei panni della povera Sophie. Mentre Carrère – almeno così è sembrato a me – continua a puntare lo sguardo su sé stesso, un po’ per giustificarsi (se non assolversi), un po’ per raccontarci che in fin dei conti la vittima è lui!

Il peggio che succede a Sophia, ben prima del giochetto erotico finito malamente, è che Carrère si considera superiore a Sophie per censo e cultura e la fa sentire non alla sua altezza. E che Sophie non ha la forza o l’ardire di mandarlo a quel paese (lo farà più tardi, ma non lo fa ancora, e forse non lo fa nemmeno per questo, che è il capo d’accusa più pesante che gli avrebbe dovuto imputare).

Alla nascita, dice lei, ho avuto tutto: la cultura, la disinvoltura sociale, la padronanza dei codici […] (pos. 575)

Ho fatto fatica a finire il libro lo confesso. E ho smesso di annotare i brani che mi erano piaciuti. Per questo le citazioni a un certo punto si interrompono:

Nella maggior parte dei documentari si finge che la troupe non esista. Bisognerebbe fare esattamente il contrario […] (pos. 433)

Ricordo una frase in particolare, a mio parere un capolavoro di economia descrittiva: le montagne, dice il narratore, sono cosí alte che per quanto alzi gli occhi, non vedi mai gli uccelli stagliarsi sullo sfondo del cielo. (pos. 541)

Ma non c’è solo questo nella passione per i peli sotto le ascelle, c’è anche, come dire?, una sorta di effetto metonimico, come quando si dice vela per dire barca, l’impressione che tu vada a spasso con due piccole fiche supplementari, due piccole fiche che la buona creanza autorizza a mostrare in pubblico benché facciano irresistibilmente pensare, o perlomeno a me fanno irresistibilmente pensare, a quella che hai tra le gambe. (pos. 1370) ( )
  Boris.Limpopo | Apr 29, 2019 |
Audiobook. A story that carries u from France to Russian and back. Exciting. Sensual. Thrilling. ( )
  kakadoo202 | Oct 27, 2017 |
Mixed feelings. At the start, I see a sort of self-indulgent man writing a memoir of 3 years out of his life. I see some display of self-pity, am taken aback by a tawdry interlude at about the middle of the book... But then it becomes more poignant and serious. He is searching for an outlet for his grief and bewilderment over the loss of his grandfather who vanished in Paris in mysterious circumstances during German invasion in World War II. His grandfather being of Russian (Georgian) descent, the author is taking trips to Russia, first on a film assignment as a writer and then - as if drawn to his Russian roots through his mother and grandfather. In the meantime, he is having his own relationship problems... He is being looked at askance in a provincial Russian town, but finally, a Russian remarks with understanding: "You didn't just come here looking for our unhappiness, you brought your own along". The end is quite touching and sort of brings closure to the author's quest, and finally the title of the book and the front cover image start making sense. ( )
1 stem Clara53 | Mar 1, 2013 |
Viser 1-5 af 12 (næste | vis alle)
Carrère’s priority of frankness has forged, from book to book, new ways of managing to be truthful, new ways of including the first person. [...] Even to call his recent books, as Carrère sometimes has, “nonfiction novels” doesn’t do much to clarify what makes them so unusual. Though it’s easy to notice the mechanics of a Carrère book — his characteristic inclusion of himself in the proceedings, his habitual inclusion of the process by which the book in question is being formed — what is genuinely original in Carrère’s work is the sensibility that animates those varied approaches, infused as it is with Carrère’s at-times-skeptical, at-times-maniacal way of thinking, his well-stocked intelligence, his spare, unfussily lyrical prose, his shameproof feed of uncensored interiority, his tireless storytelling energy and his unstinting attempts and, importantly, failures at maintaining sympathy for his subjects.
 
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Tilegnelse
Første ord
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Le train roule, c'est la nuit, je fais l'amour avec Sophie sur la couchette et c'est bien elle.
Citater
Sidste ord
Oplysning om flertydighed
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Bagsidecitater
Originalsprog
Canonical DDC/MDS

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In work after work, the critically acclaimed author Emmanuel Carrère has trained his unblinking gaze on the lives of others as they fight a losing battle with that most fearsome of adversaries-the self. Now, determined to escape the bleak visions of his narratives, he takes on a film project in the heart of Russia while also embarking on a new love affair back home in Paris. But soon enough, the diversion he seeks eludes him, intimacy proves too arduous, and Carrère is left peering into the dark mirror of his own life.Set in Paris and Kotelnich, a small post-Soviet town, My Life as a Russian Novel traces Carrère's pursuit of two obsessions-the disappearance of his Russian grandfather and his erotic fascination with a woman he loves but cannot keep from destroying. In prose that is elegant and passionate, Carrère weaves the strands of his story into a travelogue of a journey inward. Road trip, confession, erotic tour de force-this fearless reckoning illuminates the schemes we devise to evade ourselves and the inevitable payment they exact.

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